Riciclo

Nella civiltà delle IMMAGINI, dei SIMULACRI, dello SPETTACOLO, non si ricicla la carta il vetro e la plastica. Nella civiltà ossessionata dalla produzione e dal consumo dei beni materiali la nuova frontiera del riciclo è quella immateriale, dei segni, dei simboli, delle IMMAGINI.

Il cosiddetto cinema post-moderno, con le sue propensioni al remake, alla citazione, alla parodia, all’allusione - et cetera et cetera et cetera - ricicla e reinveste un capitale-immagine (vecchio, obsoleto) in un altro capitale-immagine (nuovo, innovativo). Dancer in the Dark utilizza il vecchio capitale-immagine di Top Hat (Il cappello a cilindro, 1935), l’esempio classico del musical con Fred Astaire e Ginger Rogers, lo ricicla, lo riutilizza, lo rimette in circolo, con l’aiuto di Björk, un’incontenibile fatina nordica, anche lei riciclata dal mondo dello spettacolo.  Il risultato è RIFLESSIVO per almeno tre motivi:

1. La rivisitazione del genere MUSICAL.

2. La RAPPRESENTAZIONE DELLA RAPPRESENTAZIONE teatrale.

3. Il FILM NEL FILM, con tutte le riflessioni e implicazioni che comporta.

 

“La morte è il destino inevitabile di ogni discorso sul metalinguaggio e sull’autoriflessività” (Maurizio Grande) e si parla già da tempo della nostalgia che affligge il cinema di oggi, nostalgia di un cinema classico, dei suoi topoi e dei suoi schemi non più ripetibili e quindi RE-CITATI.

Von Triers in questo senso sembra nostalgico del Musical, che rivisita e deforma ma anche di quel tempo che furono gli anni settanta, l’ambientazione ideale e la colonna sonora “progressiva” dei suoi drammi.

Il cinema classico tra le sue regole ne ha una particolarmente “proibita”: lo sguardo in macchina. La pericolosità di questa scelta linguistica è dovuta al fatto che “buca lo schermo”, annulla la distanza tra il pubblico e lo schermo, chiama, interpella volontariamente lo spettatore e gli svela che il film non si racconta da solo, le marche o tracce dell’enunciazione che il cinema nega si rendono immediatamente e chiaramente visibili. Ma in ogni caso esiste l’eccezione: al Musical, infatti, viene permesso di contraddire ereticamente quest’assioma fondamentale del classic hollywood cinema.

Gianluca Sferlazzo

DANCER IN THE DARK
Riciclo

Nella civiltà delle IMMAGINI, dei SIMULACRI, dello SPETTACOLO, non si ricicla la carta il vetro e la plastica. Nella civiltà ossessionata dalla produzione e dal consumo dei beni materiali la nuova frontiera del riciclo è quella immateriale, dei segni, dei simboli, delle IMMAGINI.

Il cosiddetto cinema post-moderno, con le sue propensioni al remake, alla citazione, alla parodia, all’allusione - et cetera et cetera et cetera - ricicla e reinveste un capitale-immagine (vecchio, obsoleto) in un altro capitale-immagine (nuovo, innovativo). Dancer in the Dark utilizza il vecchio capitale-immagine di Top Hat (Il cappello a cilindro, 1935), l’esempio classico del musical con Fred Astaire e Ginger Rogers, lo ricicla, lo riutilizza, lo rimette in circolo, con l’aiuto di Björk, un’incontenibile fatina nordica, anche lei riciclata dal mondo dello spettacolo.  Il risultato è RIFLESSIVO per almeno tre motivi:

1. La rivisitazione del genere MUSICAL.

2. La RAPPRESENTAZIONE DELLA RAPPRESENTAZIONE teatrale.

3. Il FILM NEL FILM, con tutte le riflessioni e implicazioni che comporta.

 

“La morte è il destino inevitabile di ogni discorso sul metalinguaggio e sull’autoriflessività” (Maurizio Grande) e si parla già da tempo della nostalgia che affligge il cinema di oggi, nostalgia di un cinema classico, dei suoi topoi e dei suoi schemi non più ripetibili e quindi RE-CITATI.

Von Triers in questo senso sembra nostalgico del Musical, che rivisita e deforma ma anche di quel tempo che furono gli anni settanta, l’ambientazione ideale e la colonna sonora “progressiva” dei suoi drammi.

Il cinema classico tra le sue regole ne ha una particolarmente “proibita”: lo sguardo in macchina. La pericolosità di questa scelta linguistica è dovuta al fatto che “buca lo schermo”, annulla la distanza tra il pubblico e lo schermo, chiama, interpella volontariamente lo spettatore e gli svela che il film non si racconta da solo, le marche o tracce dell’enunciazione che il cinema nega si rendono immediatamente e chiaramente visibili. Ma in ogni caso esiste l’eccezione: al Musical, infatti, viene permesso di contraddire ereticamente quest’assioma fondamentale del classic hollywood cinema.

Gianluca Sferlazzo