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musical tra realtà e finzione
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Non stupisce il fatto che qualcuno possa aver considerato l’ultimo film di Von Trier eccessivo ed irritante. Paolo Mereghetti, uno per tutti , ne imputa il risultato fallimentare al contrasto spiccato tra la debolezza del messaggio e le scelte formali ardite, spinte, ma fini a sé stesse. Il contenuto, infatti, si risolve in un sadico infierire sulle sorti della protagonista, senza alcun ribaltamento consolatorio, mentre, dal punto di vista estetico, l’autore opta per una sfuggente e fastidiosa mobilità della camera a mano, alternata ad inquadrature fisse, che introducono sipari musicali, quasi giustapposti. Secondo il critico, insomma, l’originale commistione di generi (musical, melodramma, film processuale) si risolve in un espediente formale, che non mira a condurre lo spettatore ad un ripiegamento riflessivo, ma che, semplicemente, giocando sull’effetto-sorpresa, consente al regista di manipolare le aspettative e di accattivarsi l’ammirazione dello spettatore.
Cercando di isolare le cause di esperienze emotive e giudizi tanto diversi, ho ritrovato, all’origine del coinvolgimento totalizzante e doloroso, in cui mi sono trovata invischiata, la capacità del regista di dar forma, attraverso il tema del musical, alla dimensione di passaggio tra la vita quotidiana e l’arte, in cui io stessa, forse vigliaccamente, mi rifugio, ogni volta che guardo un film o ascolto una canzone. Il musical è la destinazione massimamente evasiva di queste fughe dalla realtà ed è l’anestetico, utilizzato dall’autore e dalla protagonista, per sedare le sofferenze della vita quotidiana.
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La pellicola inizia con una sorta di musical dal sipario abbassato: la versione orchestrale di "Next to the last song", l’ultimo motivo intonato da Bjork, accompagna lunghi minuti di buio, destinati ad essere riempiti dalle proiezioni della fantasia di ogni spettatore, dalle scene di cui ciascuno vorrebbe essere protagonista, prima del doloroso impatto con |
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la realtà.La vita di Selma è, infatti, tragica, minata da un susseguirsi di ingiustizie, senza tregua, senza respiro, raccontate da una camera, il cui movimento, convulso e concitato, appare ugualmente inarrestabile. Ma, quando l’angoscia diviene insopportabile, è sufficiente il rumore più sordo per attivare l’antidoto, per schiudere "l’altra dimensione". Le inquadrature si fanno fisse, le luci abbaglianti, da palcoscenico:ha inizio il musical.
Elena Lietti |