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DANCER IN THE DARK OVVERO L'ELOGIO DELLA MIOPIA |
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Lars Von Trier colpisce ancora, e lo fa con la consueta devozione alla legge dell'inaspettato, del colpo basso, che , a seconda dei casi, raggiunge cuore e budella ("Le onde del destino" ), la sfera delle nostre paure ataviche (" The kingdom" ), l'aggrovigliata matassa delle ipocrisie ("Idioti" ). La regola è scegliere un campo di "battaglia", assediarlo con la propria visione controcorrente - a volte esageratamente forzata, comunque sempre straniante - e lasciarvi terra bruciata. Sempre. Nel cuore e nei nervi dello spettatore come in quelli del cinema. Nella struttura umana e in quella cinematografica. Nella mente e nel genere. Così, se ne "Le onde del destino" il discorso era solo sull'uomo e in "The kingdom" soprattutto sul genere thriller, in "Dancer in the dark" si realizza il sorprendente sposalizio d'intenti, attraverso un duplice scrupoloso scrutinio su se stesso: in quanto uomo del mondo e di cinema. Ma, mentre nella sua autoriflessività tutta nuova sul genere Lars Von Trier compie un salto così ampio da scaraventare tutto il cinema in un'altra epoca, nel discorso sull'uomo si fa imitatore di se stesso in modo così insistito - quasi filologico, direi - da rendere inevitabile una riflessione. Il paragone eclatante è con "Le onde del destino" in cui Emily Watson lascia orme calcate passo passo da Bjork. Entrambe donne giovani con una bellezza e una fascinazione travolgenti; entrambe con due occhi indimenticabili, non a caso immortalati dai rispettivi manifesti del film (almeno nella distribuzione italiana). Entrambe personaggi che si spezzano di fronte al dio Sacrificio; entrambe agnelli sacrificali per la salvezza di un uomo, nella doppia valenza di amante e di figlio.
Perché questa insistita visione della donna destinata ad un vittimismo quasi genetico? Perché questi personaggi femminili che trovano una loro realizzazione soltanto nell'abnegazione più autodistruttiva verso una causa: la felicità dell'uomo? Insomma questa visione del mondo femminile lascia me, in quanto donna, perplessa, ed allora posso darmene una risposta non offensiva solo guardando al mito, al grande personaggio che si fa metafora di una visione assoluta. Bjork incarna allora La Purezza e L'Amore come una splendida allegoria che trova nel canto la propria musa e che leggera come una farfalla ci detta una morale. Ci dice di ascoltare solo il nostro cuore, ci dice che la parola fine (nel film come nella vita) c'è solo se siamo noi a volerla mettere. Ci apre, insomma, una via all'immortalità (proprio davanti alla sua forca) più a misura d'uomo rispetto a quella che ci veniva fatta intuire nell'ultima inquadratura di "Le onde del destino". Lì dove c'era una macchina da presa misticamente ascendente al suono di campane a festa, qui c'è solo una voce di donna con una miopia che le chiude il mondo visibile per aprirle quello dell'anima.
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