HOLLYWOOD & BROADWAY

Quando il musical incontra il cinema


Nato a Hollywood con l’avvento del sonoro, il musical – o commedia musicale – è un genere ben codificato, prevalentemente statunitense, che si diversifica dal concetto più vasto di "film musicale" (opere, operette, balletti, biografie di musicisti celebri, family child-star musical, musical d’animazione).

Le origini

Nasce ufficialmente nel 1927 con Il cantante di jazz (The jazz singer) di Alan Crosland, con Al Jonson. I titoli dei primi musical sono La canzone di Broadway (The Broadway Melody, 1929) di Harry Beaumont e Movietone Follies of 1929, ispirati ai music-hall di Broadway e alle "follie" di Ziegfeld: gusto del gigantesco, scenografie barocche, coreografie articolate e trionfali. La Paramount produce Whoopee (1930) di Thorton Freeland, che rappresenta il debutto del re della coreografia Busby Berkeley. Per il musical si apre una stagione di strepitosi successi. Berkely sovverte l’ordine dello schermo frontale, che dava per scontato uno spettatore immobile, e manipola l’immagine con la camera da presa, creando giochi geometrici, che allontanano sempre di più la finzione dal mondo reale. Più lirica e intima è la vena del coreografo Fred Astaire, che interpreta, con Ginger Rogers, film come Carioca (Flying Down the Rio) di Freeland e Cappello a cilindro (Top Hat, 1935) diretto da Mark Sandrich.

 Anni ‘40 e ‘50

Segnano l’apice della fortuna del musical, sotto l’ala protettrice della Metro Goldwyn Mayer. Sono gli anni dei classici di Vincent Minnelli, Stanley Donen e Charles Walters, che si avvalgono dei migliori coreografi (Berkeley, Kidd, Fosse),

di una coppia formidabile di sceneggiatori (Comden, Green) e degli attori della commedia musicale più amati dal pubblico, come Frank Sinatra, Miickey Rooney, Leslie Caron, Cyd Charisse, Gene Kelly, Debbye Reynolds, Judy Garland, James Mason. Sono ancora vive nel nostro immaginario le fantasie musicali di Cantando sotto la pioggia (Singin’in the Rain, 1952), Sette spose per sette fratelli (Seven Brides for Seven Brothers, 1954) e E’ nata una stella ( A star is born, del  1954).

Anni ‘60

Il musical declina come genere rigorosamente codificato, grandioso, spensierato e sfavillante, per piegarsi ai progetti più originali. Risalgono a questo periodo: West Side Story (1961), diretto da Robert Wisee Jerome Robbins, con Natalie Wood e Richard Beymer, con le coreografie di Jerome Robbins e la colonna sonora di Leonard Bernstein. Già famoso successo di Broadway e coronato da 10 oscar nella versione cinematografica, West Side Story trasferisce la vicenda di Romeo e Giulietta in un quartiere popolare di New York, che incornicia le appassionate e aggressive prove atletico-acrobatiche degli interpreti.

Mary Poppins (1964), una favola familiare, diretta da Robert Stevenson e prodotta dalla Disney, con Julie Andrews e Dick Van Dyke.
My Fair Lady (1963), un’altra bella favola, diretta da George Cukor e interpretata da Audrey Hepburn e Rex Harrison, traduzione per lo schermo dell'omonima commedia musicale di Alan

Jay Lerner (tratta da "Pigmalione" di G.B. Shaw).
Irma la dolce, di Billy Wilder, garbata e ironica serie di schermaglie tra un’allegra prostituta parigina (Shirley MacLaine) e un gendarme (Jack Lemmon).
Tutti insieme appassionatamente (The sound of music, 1965), di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer, con i numeri musicali di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.
Dolci vizi al foro (A Funny Thing Happened on the Way to the Forum, 1966), di Richard Lester: musical arguto, che si lascia ispirare, addirittura, da una commedia di Plauto.

Il 1968 e il 1969 vedono, invece, riproposto sullo schermo il genere della sfarzosa e tradizionale commedia musicale, ben rappresentato da Funny Girl, di William Wyler , e da Hello Dolly, di Gene Kelly, entrambi interpretati da Barbra Streisand.

Anni ‘70

La commedia musicale classica, dove davvero la logica veniva ribaltata, quello in cui la disperazione del reale faceva posto alla fantasia di un refrain, magari banale, o a una bracciata della sorridente Esther Williams, se n’è andato per sempre. Al suo posto, matura una tendenza alla riflessione/revisione del musical, che si ammanta di un velo drammatico, di nostalgia o impegno sociale. Nel 1972 Bob Fosse firma Cabaret, con Liza Minnelli, una meditazione disincantata sull’essenza stessa dell’intrattenimento, che tocca le corde della malinconia.


Norman Jewison dirige, nel 1973, Jesus Christ Superstar, con Ted Neely e Karl Anderson, tratto dal fortunatissimo musical di Andrew Lloyd Wbber e Tim Rice.

Non privo di spunti di riflessione è La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever, 1977), di John Badham, con John Travolta e le canzoni dei Bee Gees. Risalgono a questo periodo anche A Chorus Line, di Bennett, musiche di Hamlisch, Grazie a Dio è venerdì (Thank God, It’s Friday, 1978), di robert Klane, con Donna Summer, Grease (1978), di Randal Kleiser e Hair (1979), di Milos Forman.

Da ricordare sono anche due pellicole commemorative del musical tradizionale: C’era una volta Hollywood (That’s Entertainment,1974), di Jack Haley jr e Hollywood Hollywood (That’s Entertainment, Part 2, 1976), di Gene Kelly.

Anni ‘80

Nonostante Saranno Famosi (Fame, 1980), di Alan Parker, Staying Alive (1983), di Silvester Stallone, Flashdance (1984) di Adrian Lyne, Footloose (1984), di Herbert Ross, il musical cinematografico è profondamente in crisi. La video-music ha ormai abituato il pubblico e forzato i registi a montaggi serrati, assemblaggi ritmici, sintesi delle azioni coreografiche, tagli. Il coreografo perde molto del suo potere e l’attenzione si focalizza, invece, su acrobazie, spirito competitivo, aggressività, prestanza fisica e carica erotica degli interpreti.
In All That Jazz-Lo spettacolo comincia (All That Jazz, 1980), di Bob Fosse, Joe Gideon (Roy Scheider), regista teatrale, coreografo, fantasista di successo viene colpito da un infarto. Il musical colossale che stava allestendo non sarà mai realizzato, anzi, diventa materiale per i sogni e gli incubi del protagonista esangue e moribondo. Quale migliore epitaffio per il danzatore/coreografo/demiurgo dei tempi andati?

Generi alternativi

In parallelo all’involuzione del musical, si diffonde, a partire dagli anni della contestazione e della guerra del Vietnam, la "rock Opera", che contamina pellicole come Jesus Christ Superstar o Hair. Celebri esempi di questi tributi alla musica Rock e alla società degli anni 70/80 sono American Graffiti, di George Lucas, The Rocky Horror Picture Show (1975), di Jim Sharman, Tommy (1975), di Ken Russel e The blues Brothers (1980), di John Landis.

Recenti ritratti di conturbanti divi del rock, sono, invece, The Doors (1991), di Oliver Stone e The Commitments (1991), di Alan Parker.
Anche gli anni 20, l’età del jazz, del proibizionismo e dei gangster in America sono stati più volte raccontati dal cinema hollywoodiano, sulla sfondo della "musica black". Basterà ricordare New York, New York (1977), di Martin Scorsese e Cotton Club (The Cotton Club, 1984), di Francis

Ford Coppola. Oggi la maggior contaminazione tra cinema e musica è, invece, visibile nei video-clip, nei quali confluiscono citazioni, brandelli e suggestioni del grande schermo. Ne sono un evidente esempio video storici come, Thriller (Michael Jackson), di John Landis, All Night Long (Lionel Ritchie), di Bob Rafelson, Fotoromanza (Gianna Nannini), di Michelangelo Antonioni.

Nonostante ciò, negli ultimi anni il genere del musical, con il suo alto grado di codificazione, offre proprio ad alcuni registi una sfida per la loro autorialità: ecco allora che vi si  cimenta Woody Allen in Tutti dicono I love you (Everyone says I love you, 1996) ed Alain Resnais in Parole parole parole del 1998. Una regista italiana dell'ultima generazione, poi, Roberta Torre, ne ha fatto un proprio campo di sperimentazione. Con Tano da morire (1998) prima e con il recentissimo Sud side story (presentato al festival di Venezia nel 2000) cerca contaminazioni tra la dimensione fantastica del musical degli anni '40, tra l'impegno di quello nato dalla rivoluzione culturale e sociale del '68 e tra un gusto kitch tutto postmoderno.

Elena Lietti