Presentato in concorso alla 66 edizione della Mostra del Cinema di Venezia, il film è stato considerato dal popolo dei festivalieri come il vincitore morale del festival. Uscito all’interno della micro rassegna di Venezia a Roma, sarà presto distribuito nelle sale. Quale che sia il punto di vista di ciascuno sulla fede, Lourdes è il film giusto. Non bisogna farsi spaventare né dal titolo, né dal tema. La regista austriaca Jessica Hausner ci regala infatti un piccolo gioiello non solo di cinematografia, ma di pensiero. E lo realizza con un gesto semplice, facendo leva sulla propria arte, mostrando di esercitarla con una precisione millimetrica, offrendo al pubblico la regia di un evento – il viaggio a Lourdes di una ragazza costretta alla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla – costruita attraverso un vettore chiave: una “certa” oggettività. Dico “certa” giocando sulla doppia valenza del termine: è “certamente” oggettiva, perché offre molteplici punti di vista, permette allo spettatore di osservare, in maniera frontale, senza obbligarlo a scegliere, ma mostrando oggettivamente il percorso di un pellegrino in uno scenario quasi documentaristico. L’oggettività apre qui al mistero, quello che ciascuno interpreta e sente a suo modo. Non si parla solo di fede, il discorso è molto più ampio, e analitico nell’affrontare i due problemi immediatamente confinanti: il trovare un senso alle cose e la ricerca della felicità. Ma allo stesso tempo penso a una “certa” oggettività, perché in realtà sembra di avere davanti un’operazione che offre una soluzione interpretativa che si spinge oltre, offrendo qualcosa di nuovo, che muove con abilità tra il documentarismo, la fiction, i generi propri del cinema di tradizione austriaca – dal kammerspiel al cinema della montagna – per trovare un approccio oggettivo e allo stesso tempo estremamente personale. Perché dietro all’immobilismo della macchina da presa che congela letteralmente – in particolar modo nel primo tempo – azioni, parole e pensieri, la pellicola prima nasconde e poi disvela uno sconfinamento nel desiderio, nel sogno, fino a discendere quasi nel grottesco, perdendosi poi nella libertà di trovare la propria risposta al finale. La regista muove la mdp di soppiatto, senza però mai giudicare i luoghi comuni o le persone: ma mettendole in scena, come su una immobile scacchiera, obbligando lo spettatore a fare una cosa essenziale quando si va al cinema: pensare. Per concludere, non si possono non menzionare almeno due elementi di spicco: l’incredibile interpretazione di Sylvie Testud, che affida prima solo all’espressività degli occhi e del sorriso tutta la sua capacità attoriale, per poi disciogliersi veramente in un miracolo, che apre al corpo e alla leggerezza con cui “incarna” il miracolo, spogliandolo di suggestione. Il secondo aspetto è invece il duettare, ora armonioso, ora a contrasto, di parole e musica. Sceneggiatura e colonna sonora raccontano questa discesa nel mondo, da parte della protagonista, che non pare colpita dalla vertigine delle altezze, ma continua a cadere, inciampare, “svenire” in quel desiderio tutto terreno di essere normale. E sulle note della felicità , con cui si chiude il film, rimaniamo, come la protagonista, seduti, senza sapere cosa accadrà, a interrogarci. Stefania Mignoli |